Le prime testimonianze scritte del latino

Il Cippo del Foro

Il Cippo del Foro è la più antica iscrizione monumentale latina, incisa sulle quattro facce di un cippo di tufo, mutilo nella parte superiore. Fu rinvenuto nel 1899 nel Foro Romano, al di sotto di una pavimentazione quadrangolare di marmo nero. Quest'ultima è da identificare con il lapis niger che secondo gli antichi autori indicava un luogo funesto, collegato alla morte di Romolo. Lo storico Dionigi di Alicarnasso ricorda l'esistenza di una statua di Romolo nel Volcanale, accanto a un'iscrizione "in caratteri greci". Infatti accanto al cippo, che reca un'iscrizione in alfabeto latino arcaico -molto vicino a quello greco- si trovano una base di colonna e un altare, che è da identificare con quella del santuario di Vulcano.

· La scrittura è bustrofedica e in alfabeto arcaico di derivazione greco-etrusca (per esempio: C per G, P per R). L'irregolarità dei caratteri sembra suggerire che il testo, più che una funzione informativa per i lettori, doveva utilizzare la carica magico-sacrale della scrittura per incutere timore anche negli analfabeti. L'inizio sembra essere una formula di maledizione contro chi avesse violato il santuario.

Quoi hon...sakros esed...recei...kalatorem...

iouxmenta kapia...iouestod...

Chi [violerà questo luogo] sarà maledetto...al re...

il banditore...prenda il bestiame...giusto...

 

Potrebbe essere anche un avviso che invitasse i passanti ad essere pronti a sciogliere gli animali aggiogati, quando l'araldo l'avesse ordinato, perché era di cattivo auspicio per un augure incontrare una coppia di buoi aggiogati.

 

Il lapis Satricanus

· Si tratta di una dedica incisa sulla base destinata a sostenere un dono votivo al tempio della Mater Matuta dell'antica città latina di Satricum, vicino ad Anzio. Questo testo frammentario riporta il nome di un certo Publio Valerio, forse proprio Publio Valerio Publicola che fu il primo consul suffectus "console supplente" della repubblica, in sostituzione di Collatino nel 509. Publicola morì nel 503, dopo essere stato console altre tre volte.

· La grafia è accurata sia per la forma regolare dei caratteri, sia per la presentazione delle righe: la seconda riga, più breve, è centrata sotto la prima. Dal punto di vista linguistico, è notevole la desinenza del genitivo in -osio, che è l'antica forma di derivazione indoeuropea (greco omerico -oio; antico indiano -asya) conservata nel dialetto falisco, ma sostituita a Roma dall'innovazione -ì, la cui origine è ancora incerta. Anche ls forma suodales (in latino classico sodales) è di derivazione indoeuropea.

...iei steterai Popliosio Valesiosio

suodales Mamartei...

...i compagni di Publio Valerio dedicarano a Marte...

 

Il vaso di Duenos

L'iscrizione al Vaso di Duenos è del VI secolo ed è stata ritrovata a Roma, nella valle tra il Quirinale e il Viminale. E' di carattere privato, infatti, si tratta di istruzioni per l'uso del contenuto, forse una porzione magica per conquistare l'amore di una ragazza.

Nell'espressione "Duenos me fecit" si credette inizialmente di interpretare il nome dell'artigiano creatore del vaso, mentre oggi si preferisce interpretare "bonus me fecit", cioè "mi ha fabbricato una persona buona".

 

 

IOVESAT DEIVOS, QOI MED MITAT NEI TED ENDO COSMIS VIRCO SIET
ASTED NOISI OPE TOITESIAI PACARI VOIS
DUENOS MED FECED EN MANOM EINOM DUENOI NE MED MALO STATOD
[da notare l’uso dei dittonghi per le vocali lunghe, l’impiego indifferenziato di c per i suoni k e
g e, inoltre, in iovesat la presenza dell’originaria s intervocalica non ancora soggetta a
rotacismo
In latino classico, la prima riga dovrebbe suonare, più o meno:
IURAT DEOS QUI ME MITTIT NI IN TE COMIS VIRGO SIT
Della seconda riga sono chiare, in pratica, solo le due ultime parole:
… PACARI VIS

La terza riga andrebbe trascritta così:
BONUS ME FECIT IN BONUM… NE ME MALO STATO
Abbozzando una possibile traduzione:
COLUI CHE MI MANDA GIURA PER GLI DEI CHE SE UNA RAGAZZA NON SARÀ
GENTILE CON TE
… VUOI CHE TI SIA AMICA
UN UOMO PERBENE MI HA FABBRICATO PER UN USO BUONO… NON USARMI PER
UN FINE CATTIVO

 

La cista Ficoroni

Con Cista Ficoroni si fa riferimento ad un cofanetto portagioielli in rame, di forma cilindrica, finemente cesellato e sormontato da un coperchio ornato da 3 sculture rappresentanti Dioniso e due satiri. Fu ritrovato a Palestrina (antica Praeneste) da Francesco de' Ficoroni, antiquario, nel 1738.

Si ipotizza possa trattarsi di un manufatto del IV a.C., commissionato come dono dotale per la figlia da una matrona di una famiglia nobile prenestina, Dindia Macolnia, ad un artigiano probabilmente di origini campane, come traspare dal nome, Novios Plautios. Ne è conferma l'iscrizione sul coperchio:

"DINDIA MACOLNIA FILEAI DEDIT / NOVIOS PLAUTIOS MED ROMAI FECID"

in un latino ormai vicino al latino classico, che in traduzione significa: "Dindia Macolnia (mi) donò alla figlia / Novio Plauzio mi fece a Roma".

Sulla superficie è rappresentata una scena del mito degli argonauti, più precisamente quando, sbarcati in cerca di approvvigionamenti, sono sfidati da Amico, re dei Berici, popolo della Bitinia, che concederà loro l'acqua solo dopo essere stato sconfitto da Castore.

Da un'analisi complessiva emerge la coesistenza di diverse influenze artistiche: alla forma dell'oggetto, tipicamente prenestina, si affiancano decorazioni non originarie di Preneste, il tutto creato da un artista campano a Roma.

Oggi la Cista Ficoroni è conservata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma.
 

 

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