Produzione, diffusione e commercio dei libri

Nonostante la relativa scarsità di materia scrittoria nel mondo romano si scriveva moltissimo, sino dagli ultimi due secoli della repubblica. La stessa amministrazione dello Stato, per la necessità che aveva il potere centrale di mantenere continui rapporti coi magistrati dislocati nelle province e coi magistrati locali dei centri minori, imponeva un considerevole spreco di carta (naturalmente nemmeno lontanamente paragonabile allo spreco odierno).

Nelle classi più alte si consumava pure molta carta. Un uomo influente, che prendesse parte attiva alla vita politica, aveva mille occasioni di scrivere; doveva mandare corrispondenza con un gran numero di persone, scrivere in anticipo i propri discorsi; curarne poi l’edizione. E molti scrivevano anche libri, perché, va osservato, sono ben rari in Roma gli uomini insigni nella vita pubblica che non abbiano arricchiti di qualche opera la letteratura del tempo, sia con opere scientifiche, nelle quali si conservasse il risultato di esperienze acquisite in qualche ramo del sapere, sia con composizioni di carattere più propriamente letterario. Cesare, Augusto, molti degli imperatori furono letterati e poeti. Ciò che i Romani chiamavano otium, intendendo con questa parola il tempo libero delle faccende pubbliche (negotia), era un ozio laborioso nel quale annualmente si consumavano molti rotoli di papiro. E molti ne richiedevano l’amministrazione del patrimonio familiare che ogni paterfamilias teneva con la diligenza più scrupolosa, ed esigeva l’opera di segretari, di ragionieri, di semplici scritturali che passavano la loro giornata a scrivere. Nelle grandi famiglie vi era perciò un certo numero di schiavi addetti alla scrittura (genericamente librarii o amanuenses). Li incaricati di scrivere sotto dettatura la corrispondenza o di copiarla erano detti servi ab epistolis (s litteris, a codicillis).

Degli schiavi librarii il padrone faceva fare anche copie di libri: libri che egli stesso aveva composto, o libri di altri destinati alla biblioteca domestica; se occorreva, li incaricava di collazionare la copia di un libro ch'egli possedeva con un'altra più esatta rettificarne il testo. Ma, a cominciare dagli ultimi tempi della Repubblica, per l'acquisto dei libri si preferì ricorrere al libraio (bibliopola), comprando una copia che fosse disponibile, altrimenti commissionandola. E questo doveva essere il caso più frequente; infatti il numero delle copie in vendita doveva essere oltremodo limitato a causa del gran tempo richiesto dalla trascrizione.

La figura del libraio

I librai in Roma erano numerosi; le loro botteghe si trovavano nell'Argiletum o nelle vicinanze. Avevano a disposizione un gran numero di amanuensi; quando un'opera era molto richiesta, veniva dettata contemporaneamente a diversi.
La figura del libraio, in un'età senza tipografie e senza leggi che proteggessero la proprietà intellettuale, si confonde con quella dell'editore; grandi librai ed editori furono, nell'età di Cicerone, Tito Pompinio Attico, nell'età augustea, i fratelli Sosii, nell'età flavia, Trifone( (Tryphon), editoredi Marziale e di Quintiliano, oltre ai minori come Atrectus, Secundus, e altri.