Prima del papiro

Con la scrittura era nato il problema di trovare una superficie su cui scrivere, problema che era stato reso ancor più grave dall’invenzione dell’alfabeto e dalla conseguente diffusione della scrittura; dapprincipio gli uomini scrivevano un po’ dappertutto: sui muri (ne abbiamo ancora alcune testimonianze, come i manifesti elettorali e le indicazioni militari scritte con inchiostro rosso sui muri di Pompei), sulle tavole di legno (Aristotele, Cost. At. 7,1), sulle porte, sulla pelle di vari animali, soprattutto cartapecora e cuoio, ma anche sulla pelle di rettili e di cani, sulle foglie, sulle bucce dei frutti, su tessuti di seta o di lino, su lamine di piombo. Anche i volumi in cui si conservavano gli atti pubblici erano in piombo, come ci racconta Plinio il Vecchio (XIII 69). Qualcuno utilizzava anche il tiglio (Digesto, XXXII 52, pr.: Volumina in tilia ut nonnulli conficiunt.), mentre chi studiava geometria tracciava figure su una tavoletta cosparsa di sabbia (Persio, 1,131; cfr. Aristofane, Le nuvole, 177 sgg.): Plutarco scrive (Dione, 13) che quando Platone si recò in Sicilia alla corte di Dionigi il tiranno, tutti furono presi da un così grande amore per la geometria che nella reggia c’era sempre un gran polverone.

Il papiro

Il papiro si indica in latino con i termini papyrus o charta; quest’ultimo vocabolo (da cui, com’è evidente, deriva il termine italiano “carta”) viene dal greco karasso, che significa “scortico” o “sbuccio”.

La diffusione dell’uso del papiro ebbe inizio dopo la conquista di Alessandro il Grande e la fondazione di Alessandria (Varrone, in Plinio il Vecchio, XIII, 69).

Il papiro era una specie di carta fabbricata con gli strati interni del fusto di una pianta palustre (il cosiddetto cyperus papyrus) che veniva coltivata in Egitto sulle rive del Nilo; gli strati venivano tagliati in lunghe e sottilissime liste (phylirae) che, allineate verticalmente su una tavola impregnata d’acqua, aderivano ad un altro strato di strisce disposte perpendicolarmente ad esse e vi si saldavano per pressione. Il papiro di fabbricazione egiziana aveva una superficie irregolare, ma a Roma esistevano laboratori (officinae) in cui, grazie a torchi e martelli, si riusciva a rendere il supporto sufficientemente levigato ed adatto alla scrittura. Plinio ci fornisce alcune indicazioni in proposito: cita l’officina di Fannio in cui si produceva la carta Fanniana, rinomata per la sua levigatezza (Nat. Hist., XIII, 75), che si distingueva dalla rozza carta egiziana, detta amphiteatrica perché veniva prodotta ad Alessandria presso l’anfiteatro.

Plinio ci lascia anche qualche notizia sul commercio del papiro, che si produceva in qualità distinte, la hieratica (che successivamente prenderà il nome di Augusta), che serviva alla scrittura, e l’emporeutica, mercantile, adatta solo all’imballaggio. A Roma vi erano anche magazzini di papiro (horrea chartaria).

Veniva utilizzata per scrivere soltanto una facciata dei fogli di papiro: l’altra facciata (aversa charta) non era utilizzata, oppure serviva per note e conti di scarsa importanza; vi era tuttavia un ristretto numero di papiri di cui si utilizzavano entrambe le facciate (opisthographa). Chi per scrivere adoperava una carta meno fine, e perciò non perfettamente liscia, la raschiava prima con una conchiglia (Marziale, XIV 209) o con un pettine d’avorio; in questo caso il papiro prendeva il nome di charta dentata (Cicerone, ad Qu.Jr. II 14,1).

Il formato della carta variava secondo gli usi: vi era la carta da lettere (charta epistolaris) e la carta per i libri. Nei documenti sino all’età di Cesare (Svetonio, Divus Julius, 56) si scriveva nel senso della larghezza (transversa charta); nelle lettere si scriveva invece sempre nel senso della lunghezza, come facciamo anche noi oggi, ma anche allora le aggiunte fatte quando non c’era più spazio si scrivevano per il largo, approfittando di quel po’ di bianco fornito dai margini (Cicerone, ad Att. V 1,3)

I papiri latini conservatisi fino ad oggi sono pochissimi, ma del resto dobbiamo ricordare che non solo la carta degli antichi Romani era più ingombrante e pesante, ma anche molto più costosa e infinitamente più rara. Al giorno d’oggi la carta ci appare come una risorsa infinita e accessibile ad ognuno, addirittura eccessiva in certi casi, ma allora era un’impresa ardua rifornirsene; oggi nel mondo si consuma in un giorno solo molta più carta di quanta se ne consumava in età romani in molti anni, pur tenendo conto del fatto che i latini scrivevano moltissimo, mantenevano corrispondenze epistolari, redigevano atti pubblici e privati, prendevano appunti, pubblicavano e libri e ordinavano biblioteche.

Comunque possediamo ancora un reperto interessante in proposito, ovvero un gruppo di 24 papiri trovati nel 1752 chiusi in una capsa in una villa di Ercolano.

Le tavolette cerate

Se pensiamo soltanto al fatto che la frase “aliquid ceris mandare” significava affidare qualcosa allo scritto, capiamo immediatamente quanto fossero importanti per i Romani le tavolette cerate.

Quelle che i Romani chiamavano genericamente cerae o tabulae erano assicelle rettangolari di legno o di avorio a margini rialzati che, spalmate di cera, tinta in genere di colore scuro, servivano alla scrittura di esercizi per la scuola, biglietti, appunti, brevi lettere, conti o anche primi abbozzi di un’opera letteraria (Giovenale, 1, 63; Plinio, epist. I 6,1; Quintiliano, Instit., X, 3, 31; Orazio, Sat., I, 10, 72-73). Esse servivano inoltre per certe pratiche magiche che ricordano i riti con le bambole voodoo: una donna esperta di incantesimi scriveva su una tavoletta il nome dell’amante, ne tracciava la figura, perforandone il fegato con un lungo ago; si dice che il rito avesse seriamente effetto sul malcapitato, che pativa dolori atroci (Ovidio, Amores, III 7, 29-30).

Nel più tardo uso comune le tavolette venivano chiamate codicilli, pugillares (specialmente quelle di piccolo formato) o anche Vitelliani; sembra che questi ultimi, piccoli ed eleganti, servissero in particolar modo per lo scambio di appuntamenti amorosi (Ovidio, amores, I, 12, 1-2; Marziale XIV 8).

La cera era solitamente colorata, di un colore scuro: Marziale infatti definisce le cerae tristes (XIV 5,1) e Ovidio allude al sanguinolentus color (Amores, I 12, 12), intendendo un rosso cupo, livido.

Si spalmava la cera nell’interno della tavoletta, che era leggermente incavato a causa del rilievo dei bordi: in questo modo la cera vi rimaneva ben fissa. Di solito si praticava un foro nell’orlo e vi si faceva passare attraverso un cordoncino, in modo da unire più tavolette; le cerae prendevano quindi il nome di duplices, triplices, quinquiplices e così via, a seconda del numero delle tavolette di legno da cui erano composte. Talvolta esse venivano indicate anche col nome greco di diptycha, triptycha, poliptycha. L’insieme di più tavole nei primi tempi era chiamato caudex o codex (Seneca, de brev. vitae, 13, 4), che significava alla lettera tronco d’albero. Ogni tavoletta veniva spalmata di cera sulle due facce; tuttavia nel diptychon si inceravano solo le facce interne, ed esso assumeva quindi l’aspetto di un libretto: le due facciate esterne fungevano da copertina, e sulla facciata anteriore alcuni incidevano il proprio nome.

Tavolette cerate degli anni 15-62 d.C., scoperte a Pompei nel 1875, si trovano oggi al Museo Nazionale di Napoli. Altre databili agli anni 121-137 d.C. furono trovate in Dacia nelle miniere di Alburnus Maior Vicus Pirustarum (oggi Verespatak in Transilvania). Recentemente sono stati scoperti ad Ercolano ben sette archivi privati, importanti per la storia dell’economia e del diritto.

Altri supporti

Né il papiro, né la pergamena, né le tavolette eliminarono l’uso di altri materiali: si continuò a scrivere infatti su cocci, su cuoio, su tessuti, ecc. Se si voleva esporre in pubblico un documento lo si trascriveva su tavole imbiancate col gesso (tabulae dealbatae); se invece si voleva assicurare lunga durata ad uno scritto, lo si incideva su pietra, bronzo o marmo: è proprio grazie a questo uso che le innumerevoli epigrafi ed iscrizioni latine sono giunte fino a noi.

Approfondimento: la conquista della carta

 

 

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