L’inchiostro

Essendo l’inchiostro generalmente nero, veniva chiamato in latino atramentum (da ater, a, um = nero); atramentum Indicum era propriamente l’inchiostro di china.

L’inchiostro veniva ottenuto mescolando fuliggine di resina o di pece, feccia di vino, nero di seppia e sostanze gommose. Se ne formava un impasto nero che, diluito volta per volta, dava l’inchiostro per scrivere; bisognava però fare attenzione a non diluirlo troppo per evitare che assumesse un colore sbiadito e sgocciolasse dalla penna (Persio, 3, 14). Alcuni inchiostri erano resistentissimi, come dimostra la perfetta leggibilità dei papiri egiziani ed ercolanesi, ma altri erano assai labili, tanto che l’uso di una spugna bagnata era sufficiente a cancellarli: “dar di spugna” significava infatti cancellare.

Un modo di dire diffuso all’epoca per rivolgersi a poeti incapaci di produrre risultati apprezzabili era “Cancella tutto con la spugna, noioso uomo, e lascia in pace le Muse”; Caligola (Svetonio, Cal, I. 20) addirittura costringeva i poeti scadenti a cancellare le loro opere leccandole.

Si utilizzava anche l’inchiostro rosso, ma soltanto nei libri, per dare rilievo al titolo. E’ inoltre attestato che per certi usi di corrispondenza clandestina ci si serviva di liquidi invisibili (un po’ come il nostro inchiostro simpatico), che non si rivelavano se non mediante speciali procedimenti (Plinio il Vecchio, XXVI 62). Un sistema di scrittura invisibile, sopravvissuto in un certo qual modo al passare dei secoli (ancora oggi i bambini lo usano nei loro giochi) consisteva nell’utilizzare come inchiostro del latte fresco: chi riceveva lo scritto doveva semplicemente cospargerlo di polvere di carbone per far sì che le lettere diventassero nere (Ovidio, ars. Am. III 627-28)

Il calamaio, detto atramentarium, aveva forme diverse, ma prevalentemente semplici: si sostiene che la più diffusa fosse quella attestata da una figurazione pompeiana e costituita da due recipienti cilindrici saldati insieme, ciascuno corredato del proprio coperchio.

Le penne

Gli antichi conoscevano le penne di metallo, con la punta sistemata in modo che fungesse da pennino; è stato ritrovato un discreto numero di tali penne (che erano in bronzo) negli scavi archeologici, ma sappiamo che esse rappresentavano una rara eccezione come strumenti per la scrittura, in quanto funziovano decisamente male.

Solitamente per la scrittura ad inchiostro su un papiro o su una pergamena ci si serviva del calamus, cioè una cannuccia tagliata e appuntita per mezzo dello scalprum (scalpello); chi non aveva la pazienza di “temperare” il calamus spuntato lo cambiava, perciò nello scrivere si tenevano sempre diversi calami a portata di mano (fasces calamorum; Marziale, XIV, 38) che venivano conservati in un astuccio detto theca libraria. I calami migliori provenivano dall’Egitto o da Cnido.

Al calamus si sostituì poi la penna di volatile (penna), per lo più d’oca (Isid. Etymol., VI, 14); la penna era appuntita e con la cima tagliata in due, in modo che la punta avesse più o meno l’aspetto di un pennino.

Per scrivere sulle tavolette di cera si usava lo stilus o graphium, strumento di ferro, d’avorio o d’argento che terminava da una parte con una punta che serviva per incidere le lettere (arare, exarare); l’altra estremità era a forma di spatola e serviva per cancellare (fare “tabula rasa”, locuzione rimasta in uso ancora oggi).

 

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