La forma del libro

 

Liber è propriamente il libro di papiro, perché termine nel senso originario indica la parte interna della corteccia di un albero; il significato poi si estese sino ad indicare ogni libro, qualsiasi ne fossero la forma e la materia. Ulpiano (lib. XXIV ad Sabinum = Digesto, XXXII, 52, pr.) scrisse: Librorum appelatione continentur omnia volumina, sive in charta, sive in membrana sint, sive in quavis alia materia; egli indicò come ulteriori esempi il tiglio, l’avorio e le tavolette cerate.

Svetonio ci ricorda un primo esempio di libretto vero e proprio in papiro (Caes., 56).

 

Il libro in papiro: il rotolo (volumen)

I libri costituiti da papiri erano formati da pagine (dette paginae, plagulae o schedae) che venivano esposte al sole affinché si prosciugassero per bene e poi venivano incollate per il lato più largo; esse venivano infine arrotolate a formare un rotolo, detto scapus, formato da 20 fogli. Le fabbriche di papiro mettevano in commercio scapi con pagine già incollate, ma spesso si compravano le pagine staccate (che venivano poi fatte incollare da un glutinator *) per maggiore comodità: i libri dovevano essere tenuti arrotolati in cima e in fondo, oppure lasciati strascicare per terra da entrambe e le parti, col rischio che si sciupassero.

Di solito in ogni pagina si scrivevano due colonne parallele, la cui altezza, tenuto conto di un margine in alto e uno in basso, corrispondeva alla larghezza del papiro; la lettura si faceva svolgendo il rotolo in senso orizzontale, da sinistra verso destra.

Il rotolo veniva preparato incollando di seguito tanti scapi quanti servivano a contenere il testo, ed era detto volumen perché lo si arrotolava, a partire dal fondo, intorno a un bastoncino di legno o di osso denominato umbilicus; di solito ve n’era uno solo, ma in alcuni libri ne venivano posti due, uno in cima e uno in fondo. Le parti sporgenti dell’umbilicus si dicevano cornua; nei libri di lusso l’umbilicus veniva tinto con colori vivaci o dorato. Sull’orlo superiore del rotolo si attaccava un cartellino di pergamena (Cicerone, ad Att. IV 4 a) che recava il titolo del libro (titulus, index).

Alla fine del testo talvolta si scriveva il numero delle colonne o delle righe in base a cui si calcolava il compenso dovuto al copista.

Gli orli estremi del rotolo di papiro in alto e in basso erano detti frontes, ed essendo i soli fronti non incollati potevano facilmente sfrangiarsi; perciò venivano pareggiati rasandoli accuratamente per togliere ogni discontinuità e sporgenza e lisciandoli con la pomice: arido modo pumice expolitus, dice Catullo (Carmina 1, 1-2) per descrivere un libro nuovo e di bell’aspetto (lepidus). La finezza degli orli era la prima eleganza del libro; vi era anche l’abitudine di tingere i frontes di colori vivaci.

Il libro di papiro era esposto al rischio di un rapido deterioramento: l’umidità lo faceva ammuffire, le lettere sbiadivano e sbavavano facilmente, le pagine si deformavano e diventava difficile srotolare e riavvolgere il volume; per non parlare poi del pericolo delle tignole (tarme dei libri). Per conservare i rotoli vi era un unico rimedio: spalmarne le pagine con olio di cedro (Vitruvio, II 9,13; cfr Orazio, ars pet. 331-332), molto adatto a difendere il papiro dall’umidità e dalle tignole e responsabile della colorazione giallognola e dell’aspetto lucido assunto dalle pagine.

Il rotolo poi, quando più ne premeva la conservazione, era rivestito di una fodera di cartapecora (membrana o paenula) tinta di vari colori; i volumina venivano conservati verticalmente all’interno di cassette (capsae, cistae o thecae) di cuoio o pergamena, chiuse da coperchio, o orizzontalmente in scrinia, armadi.

 

Il libro in pergamena: il codice (codex)

Per lungo tempo anche il libro di pergamena consisté, al pari di quello in papiro, in una striscia arrotolata; tuttavia alla fine del I secolo d.C. fu introdotto l’uso del codice, attestato per la prima volta da Marziale nell’84 d.C. (I, 2, 2). Un precedente del codice era stato costituito dalle tavolette cerate (Seneca, de brev. vitae, 13, 4), che però erano state usate soprattutto per documenti pubblici e privati: un uso tipico era il testamento, debitamente garantito nella sua autenticità e segretezza.

Il codice costituì un’innovazione fondamentale nella storia del libro: la pergamena non veniva più arrotolata, ma piegata e tagliata in modo da formare quaderni (quaternio è il termine generale, e indica 16 pagine dell’uso nostro; si usava anche binio, trinio, quinio). Questi quaderni venivano cuciti insieme e riuniti sotto una copertina (codices membranei, come leggiamo nel Digesto, XXXII 52 pr.: membranas libris legatis), giungendo così ad avere l’aspetto di un libro molto simile a come lo intendiamo noi oggi.

Le pagine più ruvide (la parte del vello) combaciavano fra loro, e così pure le più lisce (la parte della carne); queste ultime, oltre ad essere più adatte alla scrittura, avevano una colorazione più chiara (Persio, 3, 10; Isidoro, orig. VI 11, 4); tuttavia si scriveva su entrambe le facciate, con notevole vantaggio rispetto al papiro.

I codici antichi erano in genere di formato “quarto” quadrato. L’uso dei codici di pergamena cominciò in periodo imperiale; il libro illustrato è di origine alessandrina, ma se ne conoscono anche esemplari romani, sin dall’età di Cesare. La sua diffusione è dovuta però in gran parte al cristianesimo.

Tuttavia, nonostante la loro maggior praticità, i codici non ebbero grande diffusione: l’elevato costo della pergamena mantenne in vita per tutta l’età romana il seppur scomodo utilizzo di rotoli di papiro, e nemmeno i rotoli di pergamena furono mai completamente abbandonati.

 

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